Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’estate in provincia ha un odore particolare: asfalto caldo, pini marittimi e quella noia densa che precede sempre qualcosa di violento. Quest’anno, il caldo portava con sé un veleno nuovo. Mia cugina era tornata da Londra trascinandosi dietro Jenny. Quando la vidi scendere dall’auto, capii che la mia stabilità mentale era finita. Jenny era un monumento all’eccesso: un metro e ottanta di muscoli lunghi e pelle ambrata, coronati da una cascata di capelli biondo cenere e un paio di occhi azzurri vitrei, capaci di guardarti come se fossi un insetto o un dio, a seconda del suo umore.
Ma erano le sue forme a togliere il fiato. Un seno prorompente, una quarta naturale che premeva contro top di seta così sottili da sembrare carta velina, e gambe infinite che sbucavano da minigonne che erano poco più di cinture. Ogni suo movimento era un insulto alla mia finta tranquillità domestica. Quella stessa notte, mentre lei dormiva a pochi metri da me nella casa di mio nonno, io sfogavo la mia frustrazione su mia moglie. Non cercavo amore, cercavo un esorcismo. La possedetti con una ferocia anale che non ammetteva repliche, ignorando i suoi lamenti e chiudendo gli occhi per immaginare che quel buco stretto e martoriato appartenesse all’inglesina. Conclusi con una scarica d’odio e seme, lasciando che il rimasuglio della mia bramosia colasse via nel buio.
Il giorno dopo, il destino decise di giocare d’azzardo. Mia moglie era al lavoro e Jenny si presentò alla mia porta con la scusa di dover usare il mio computer. Indossava un abitino a fiori talmente corto che, appena si sedette alla scrivania, il perizoma divenne un dettaglio puramente teorico. Io ero in tuta, senza biancheria, e l’erezione che mi deformava il tessuto era uno spettacolo che non cercavo nemmeno più di nascondere.
Lei si voltò, sorseggiando una bibita fresca, e il suo sguardo cadde esattamente lì. Un sorriso aspro le increspò le labbra. «Allora è vero quello che dicono degli italiani,» disse, indicando il mio inguine. «Siete sempre pronti a scoppiare.»
Il ghiaccio si ruppe, ma non come avrei voluto. Mi sfidò a spogliarmi, deridendo le mie dimensioni con una crudeltà che mi sferzò il sangue. «Il mio ragazzo è il triplo di te. Sembri un ragazzino immaturo.»
La rabbia e l’eccitazione si mescolarono in un cocktail tossico. Mi spogliai del tutto, nudo di fronte alla sua bellezza arrogante. Mi ordinò di masturbarmi per lei, di umiliarmi infilandomi le dita nel culo mentre mi eccitavo guardandola. E io, come un cane addestrato, ubbidii. Lei si spogliò a sua volta, restando solo con i sandali alla schiava, aprendo le gambe per mostrarmi la sua vulva bionda e umida mentre io sborravo sulle mie stesse dita, sporco della mia stessa vergogna.
«Sei solo un frocetto travestito da stallone,» rise, rivestendosi e lasciandomi lì, coperto di sperma e umiliazione.
Ma la corda, a forza di essere tirata, si spezza. Un’ora dopo ero io a cercarla. La trovai in giardino, bagnata dal sole. Le misi una mano tra le cosce, sentendo che, nonostante i suoi insulti, la sua fica era un incendio di umori. Scappò chiamandomi porco, ma sapevo che sarebbe tornata.
Quando bussò alla mia porta quindici minuti dopo, non ci furono preamboli. Mi colpì al volto, ma io le afferrai i polsi con una forza che le lasciò i segni. La trascinai dentro. «Adesso basta giocare, zoccola. Vediamo se il tuo ragazzo ti ha insegnato a incassare.»
La sbattei contro il tavolo della cucina, strappandole il perizoma. Ma Jenny non era una preda facile. Si divincolò con un morso e afferrò un coltello. Il gioco cambiò di nuovo: la violenza si trasformò in un rito perverso. Mi costrinse a mettermi a pecora, frustandomi la schiena con la mia stessa cintura. Ogni colpo alzava un lembo di pelle e un grido di piacere strozzato. Poi, prese un grosso cetriolo dal frigo e me lo piantò nel culo con una brutalità che mi fece vedere le stelle.
Mi trascinò in camera da letto tenendomi per i capelli, con quell’ortaggio che mi apriva le viscere. Si mise sopra di me, usando la parte del cetriolo che sporgeva dal mio ano per penetrare se stessa. La vidi fremere, gli occhi rovesciati, mentre si cavalcava sopra la mia sofferenza. Quando ebbe il suo orgasmo, crollò esausta.
Quello fu il mio momento. La ribaltai sul materasso, ancora stordita dal piacere. Le infilai il mio cazzo nella fica, che era larga e bagnata, ma non mi bastava. Volevo sentire la sua resistenza, volevo spezzare la sua arroganza. La girai di scatto e, senza lubrificazione, le spinsi il cazzo nel culo.
Jenny lanciò un urlo che sembrò squarciare l’aria. Il suo sfintere era molto più stretto della vagina, una morsa di carne che mi avvolgeva come un guanto di velluto e fuoco. Si dimenava, cercava di scappare, ma io la tenevo inchiodata, martellando quel buco proibito con una cadenza assassina. Più urlava, più il mio sangue bolliva. La stantuffai finché non sentii il punto di non ritorno.
Sborrai dentro di lei con una serie di getti bollenti che le fecero inarcare la schiena in un ultimo brivido di agonia e piacere. La rimasero lì, con il sedere sporco del mio seme che colava lento sulle sue cosce chilometriche, mentre il silenzio della stanza suggellava la nostra reciproca, brutale rovina.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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