Ciao ciao libero arbitrio

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

La cenere del sigaro di velluto cadeva lenta nel portacenere di cristallo, mentre l’oscurità del patio veniva interrotta solo dai riflessi bluastri della piscina. Julian sedeva immobile, la camicia di lino aperta sul petto, i piedi nudi a contatto con la pietra ancora calda. Era la sua serata di “libertà”. Un paradosso che gli pesava sul petto come una lastra di piombo. Niente protocolli, niente timer, niente ordini. Solo il silenzio della villa e il vuoto pneumatico della propria volontà.

Lei era partita tre ore prima, avvolta in un tubino nero che pareva dipinto sulla pelle, lasciandogli una sola istruzione: “Sii te stesso”. Ma Julian aveva dimenticato chi fosse “se stesso” al di fuori del riflesso dei desideri di lei. Aveva il permesso di uscire, di bere, di dormire. Gli era stato vietato solo il sesso – incluso quello solitario – e l’accesso alla Grande Bestia: il divano in pelle Chester di un nero lucido e profondo che dominava il salone come un altare sacrificale. Sedersi lì senza di lei sarebbe stato un sacrilegio, un atto di hybris che non poteva permettersi.

Il silenzio fu spezzato dalla vibrazione del telefono sul tavolo di ferro battuto. Un unico messaggio, in maiuscolo, come una frustata elettrica: “GEOLOCALIZZATI”.

Julian sentì il battito accelerare. Quel contatto era l’ossigeno di cui aveva bisogno. “Sotto il portico. Solo. In attesa,” digitò con le dita che tremavano leggermente. Passarono dieci minuti. Il tempo si dilatò in una tortura di aspettativa. Poi, un secondo messaggio: “DESCRIVI IL TUO VUOTO”.

Julian chiuse gli occhi. Come poteva spiegarle che la libertà lo faceva sentire come un astronauta a cui è stato reciso il cordone ombelicale? Non voleva scegliere il film da guardare; voleva che lei gli ordinasse di fissare il muro. Non voleva decidere cosa mangiare; voleva guadagnarsi ogni boccone. “Mi sento alla deriva. La libertà è un deserto, Padrona. Non so dove andare se non mi indichi il nord. Ti prego, riprendi il comando.”

Sapeva che lei lo stava mettendo alla prova. Voleva che lui capisse, nel profondo delle ossa, che la sua autonomia era un abito che non gli calzava più. Qualche sera prima, al club, lei gli aveva chiesto se rimpiangesse la vita “normale”. Julian aveva mentito dicendo “forse”. Questa serata era la sua penitenza e, allo stesso tempo, la sua epifania.

Il telefono squillò. Una chiamata vocale. Julian rispose al primo tocco, portandolo all’orecchio come un feticcio. «Padrona…» «Sei patetico, Julian,» la voce di lei arrivò bassa, vellutata, intrisa di una crudeltà affettuosa. «Ti ho regalato il mondo e tu implori di tornare nella tua gabbia. Spogliati. Ora. Voglio sentire il rumore dei tuoi vestiti che cadono sulla pietra.»

Julian eseguì con una frenesia rituale. La camicia scivolò via, poi i pantaloni. Rimase nudo sotto le stelle, la pelle d’oca che gli percorreva le braccia. «Fatto, Padrona.» «Bene. Entra in casa. Vai in salone. Metti il telefono in viva voce e appoggialo sul pavimento, davanti al divano. In ginocchio, schiena dritta.»

Il contrasto tra il marmo freddo e l’erezione prepotente che lo martoriava era insopportabile. Il divano nero era lì, imponente, profumato di cuoio costoso e di tutti gli umori che quel mobile aveva assorbito nei mesi di addestramento. «Mi senti, cagnolino?» la voce di lei ora riempiva la stanza, distorta dal vivavoce ma non per questo meno autoritaria. «Sì, Padrona.» «Immagino lo stato della tua carne. Sei turgido, vero? Vorresti infilarti tra quei cuscini e dimenticare chi sei.» «Sì… vorrei sfondarlo, Padrona.»

Lei rise, un suono cristallino che gli fece contrarre lo sfintere. «Non sei degno di una donna stasera, Julian. Sei solo un animale che ha bisogno di sfogarsi su un oggetto inanimato. Ti concedo il bracciolo destro. Ma ascoltami bene: se le tue mani sfiorano il tuo sesso, o se vieni prima che io abbia finito di contare i tuoi respiri, ti farò rimpiangere di essere nato. Montalo.»

Julian si avventò sul bracciolo come un naufrago su un relitto. Salì a cavalcioni sulla pelle nera, sentendo la superficie liscia e fresca contro l’inguine congestionato. Iniziò a strusciarsi, piccoli colpi secchi di bacino, cercando di catturare la pelle del divano tra il proprio corpo e il legno della struttura. Gemeva, i denti stretti, le dita conficcate nelle cuciture del cuoio.

«Sì, scopa il mio mobile, Julian. È l’unica cosa che ti è concessa. Senti quanto è duro? È l’unico specchio della tua natura servile.» Julian accelerò. Il respiro era un rantolo. Il precum lubrificava la pelle nera, creando un attrito lucido e rumoroso. Era una danza grottesca e bellissima. Si sentiva un parassita felice, un’estensione organica di quel divano.

«Padrona… ti prego… lasciami entrare nei cuscini…» «Ho detto di no! Resta sul bracciolo e soffri!» Proprio mentre l’orgasmo minacciava di travolgerlo, un rumore di tacchi sul parquet lo fece gelare. Si voltò, ancora a cavalcioni, il petto ansimante. Lei era sulla soglia, un calice di vino in mano, l’abito blu che brillava sotto le luci soffuse. Non se n’era mai andata. Era rimasta nell’ombra a godersi lo spettacolo della sua disintegrazione.

Spegne il telefono e lo infilò nella pochette. «Continua, non fermarti perché sono qui. Anzi, ora voglio vedere quanto sei bravo a servirmi mentre ti masturbi con la mia proprietà.» Julian riprese a spingere, gli occhi fissi nei suoi. La presenza fisica di lei rendeva il piacere un dolore insopportabile. Lei si avvicinò, gli passò una mano tra i capelli e poi, improvvisamente, gli sferrò uno schiaffo violento sulla natica. «Ah! Grazie, Padrona

Lei continuò a colpirlo, ritmicamente, alternando schiaffi che lasciavano impronte rosse sulla pelle chiara a carezze leggere lungo la spina dorsale. Poi, con un gesto repentino, gli infilò due dita in bocca. «Succhiale, Julian. Fammi sentire quanto sei affamato.» Lui obbedì, avvolgendo le dita con la lingua, mentre il bacino continuava a martellare il bracciolo del divano. Lei estrasse le dita lucide di bava e le portò dietro, verso il suo ano contratto. Iniziò a premere, sondando l’ingresso con una lentezza sadica, per poi affondare fino alla seconda nocca.

Julian emise un latrato di puro piacere. La stimolazione doppia – il cazzo che sbatteva sul cuoio e le dita di lei che esploravano il suo interno – lo portò al collasso dei sensi. «Padrona… sto per… sto per morire…» «Svuotati, schiavo. Adesso!»

L’eiaculazione fu un’esplosione violenta. Getti bianchi e bollenti andarono a imbrattare la pelle nera del divano, mentre Julian si contorceva sotto i colpi finali di lei. Gridava, un suono che non aveva nulla di umano, mentre le dita di lei si ritraevano, lasciandolo vuoto e tremante.

Si accasciò sul divano, la fronte contro il bracciolo sporco, il respiro che tornava lentamente regolare. Lei lo guardò con un misto di trionfo e indifferenza. Raccolse una goccia di sperma dal cuoio con l’indice e gliela accostò alle labbra. «Lecca tutto, Julian. Non voglio macchie sulla mia pelle. E quando avrai finito di lucidare ogni centimetro con la tua lingua, vai a cuccia. Io esco davvero, stavolta. C’è un uomo che sa come cavalcare una donna, non un mobile, che mi aspetta. Forse gli racconterò di quanto sei stato bravo a scoparti un bracciolo.»

Si voltò e uscì, lasciandolo nel silenzio, con il sapore di sé stesso in bocca e la consapevolezza, finalmente serena, di non possedere più nulla, se non la propria totale sottomissione.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 11 Maggio 2026
Modificato: 11 Maggio 2026
Lettura: 7 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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