Camslave

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il suono asettico e metallico che squarcia il silenzio dell’appartamento al quinto piano di una grigia palazzina di Mestre non è una notifica comune. È l’avviso di chiamata di Skype, una frequenza acustica che il mio Padrone ha isolato e modificato affinché agisca direttamente sul mio sistema nervoso. Ogni volta che quelle note elettroniche rimbalzano contro le pareti spoglie, un brivido freddo e liquido mi corre lungo la colonna vertebrale, partendo dalla nuca per andare a spegnersi direttamente nel bacino. Non è la paura della carne, ma l’eccitazione totalizzante della mente che si arrende alla certezza del controllo assoluto.

Il profilo è stato creato da Lui; io non possiedo le chiavi d’accesso, non conosco i codici di quel perimetro digitale. Sono soltanto il contenuto di una scatola che Lui apre e chiude a suo piacimento, più volte al giorno, organizzando videoconferenze private con spettatori paganti o sconosciuti selezionati nei forum clandestini della rete.

Per queste occasioni, il mio abbigliamento è ridotto a un’unica, spietata divisa: una tuta accollata in pelle nera lucida, aderente come una seconda pelle, che il Padrone ha fatto modificare artigianalmente. Un taglio netto e preciso elimina il tessuto tra le cosce e lungo la linea dei glutei, lasciando la mia vulva, completamente glabra e turgida, e la corolla scura del mio ano perennemente esposte all’aria condizionata della stanza e all’obiettivo della webcam. Secondo la Sua legge, quelle sono le uniche parti del mio corpo che meritano di essere mostrate al mondo; il resto è solo un supporto inanimato per la mia nudità posteriore e anteriore.

Dall’altra parte dello schermo, la lente cattura ogni volta un volto differente. Uomini maturi, professionisti annoiati, cinquantenni dal respiro pesante che assistono nel buio delle loro stanze alla mia degradazione domestica, pretendendo da me qualsiasi tipo di sottomissione geometrica. Se osassi rallentare, se il mio corpo mostrasse un briciolo di esitazione o di pudore residuo, la punizione del Padrone si abbatterebbe su di me non appena la chiamata si interrompe.

Questa mattina, ad esempio, l’ordine arrivato dalla chat privata è stato metodico: mettermi a quattro zampe sul tavolo della cucina, flettere il busto in avanti e masturbarmi utilizzando il corpo rigido e squadrato del telecomando del televisore. Ho dovuto orientare l’obiettivo della telecamera direttamente in mezzo alle mie gambe divaricate, affinché lo sconosciuto potesse godersi il contrasto tra la bachelite nera del dispositivo e il rosa umido delle mie piccole labbra che si aprivano a forza, producendo una bava vischiosa che rigava la plastica.

Ora, invece, la sessione richiede un esercizio diverso. Sono seduta su una sedia di legno grezzo, priva di cuscini, davanti alla scrivania. All’interno del mio retto è conficcato un pesante dildo di silicone venato, lubrificato con olio di vaselina che profuma di officina. Il Padrone è in piedi, esattamente alle mie spalle. Le sue grandi mani sono appoggiate sulla mia nuca, e ogni volta che la mia mano destra rallenta il ritmo sulla tastiera, Lui spinge la mia testa verso il basso, costringendomi a subire l’impatto del silicone che dilata lo sfintere, obbligando il mio corpo a fare su e giù sulla sedia per assecondare il dolore. Quando perdo l’ispirazione per il testo che sto componendo, Lui libera il suo cazzo dai pantaloni e mi scopa la bocca con spinte corte e secche, fin quasi alle tonsille, lasciando che la sua saliva si mescoli alla mia prima di ordinarmi di riprendere a scrivere. Mi sussurra all’orecchio che sono la sua troia da esposizione, che la mia mente e la mia carne gli appartengono in toto e che non esiste un limite biologico a ciò che può farmi fare davanti a quella lente focale.

La memoria della notte scorsa mi pulsa ancora nelle viscere come un crampo caldo. In videoconferenza c’era un uomo di circa sessantacinque anni, il volto coperto dall’ombra e i capelli grigi illuminati dalla luce del suo monitor. Aveva pagato una cifra considerevole per assistere a una violenza posteriore in diretta streaming. Ha chiesto al Padrone di prendermi nel culo senza complimenti, esigendo che la inquadratura della webcam fosse abbassata e inclinata per catturare ogni millimetro della penetrazione.

Il Padrone mi ha piegata sulla scrivania di noce, spingendo il mio petto contro i tasti del computer. Mi ha divaricato le gambe a forza, bloccandomi le caviglie con due pesanti libri contabili per impedirmi qualsiasi movimento di reazione. Sullo schermo, nel riquadro della chat, vedevo lo sconosciuto masturbarsi con enfasi selvaggia, la mano che si muoveva frenetica sul suo membro flaccido che cercava turgore alla vista del mio culo scarlatto e teso.

Una volta stabilita la geometria del set, il Padrone si è piazzato dietro di me. Ho sentito il calore del suo pube premere contro i miei glutei e, senza alcun preambolo o lubrificazione aggiuntiva, ha affondato il colpo. La penetrazione anale è stata un trauma accecante. Il suo cazzo, enorme e nodoso, ha forzato l’anello dello sfintere in un sol colpo, entrando fino alla base, fino a schiacciare i suoi testicoli contro la mia pelle arrossata. Ho emesso un urlo strozzato contro il legno del tavolo, le lacrime che mi bagnavano gli occhi, mentre sentivo le pareti del mio retto tendersi fino al limite della lacerazione. Il Padrone pompava con una foga spietata, una cadenza regolare e distruttiva, mentre dal computer la voce dello sconosciuto gracchiava insulti, incitando l’azione: «Scopala quella troia! Sfondale il culo! Voglio vederla sanguinare!».

Per non deludere la volontà del mio padrone, sono rimasta immobile, inerte, aggrappata ai bordi della scrivania d’acciaio, offrendo la mia carne a quella trapanazione brutale. Il cazzo di lui si induriva a ogni spinta, diventando una lama bollente nelle mie viscere, fino a quando il ritmo non è diventato parossistico. L’ingegnere si è irrigidito contro la mia schiena, emettendo un gemito profondo, e ha scaricato una calda, abbondante colata di sborra direttamente all’interno del mio ano martoriato. Il liquido denso ha riempito il canale, colando poi lentamente lungo l’interno delle cosce in rivoli biancastri che la webcam ha registrato in alta definizione, per la gioia dello spettatore che veniva a sua volta davanti al proprio monitor.

La sessione si è chiusa così, con il Padrone che mi puliva il sesso con un fazzoletto ruvido prima di rimettermi in posa. Per domani il programma prevede altre quattro videoconferenze private già pianificate sul server. Sento la mia figa e il mio ano pulsare per l’irritazione e il calore, ma la mia mente è già proiettata verso quei pixel. Non vedo l’ora che la suoneria di Skype risuoni di nuovo nella stanza, non vedo l’ora di essere montata come una puttana domestica davanti agli occhi del mondo, confermando la mia totale, assoluta ubbidienza al padrone della mia ombra.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 22 Maggio 2026
Modificato: 22 Maggio 2026
Lettura: 6 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
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