Camilla

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il crepitio della pioggia mista a fango contro le vetrate dell’ex filanda abbandonata, alla periferia nord di Torino, era l’unico suono a riempire il vuoto della stanza. Fuori, i profili industriali sbiadivano in un tramonto livido e nebbioso; dentro, l’aria era fredda, impregnata di umidità e dell’odore aspro del legno vecchio. Camilla era in ginocchio. Nuda, sul pavimento di cemento grezzo, con il culo in fiamme. Sentiva la pelle dei glutei bruciare, pulsare a ritmo con il battito accelerato del suo cuore, un calore d’inferno generato dai venti colpi che si era inflitta da sola con il dorso piatto della spazzola da capelli. Il dolore era un’entità viva che le avvolgeva il bacino, facendo vibrare ogni fibra del suo corpo.

Fremeva in quella posizione punitiva, geometrica e ininterrotta: ginocchia divaricate al massimo, braccia intrecciate dietro la nuca con i gomiti tesi, lo sguardo fisso contro l’angolo cieco della parete scrostata. Era una posa studiata per amplificare la fatica muscolare, ma soprattutto per esasperare la vergogna. Quella morsa nera, densa, che le stringeva lo stomaco fin quasi a toglierle il respiro, si irradiava in due direzioni opposte: verso l’alto, riempiendole gli occhi di lacrime calde che minacciavano di colare lungo le guance di minuto in minuto, e verso il basso, dove la sua figa rosa, completamente glabra e turgida per l’attesa, colava un liquido viscoso e trasparente. Un umore pesante, salmastro, che non apparteneva al mondo del pianto ma a quello della sottomissione più assoluta.

Non era la prima volta che percepiva quell’alterazione dei sensi, ma era la prima volta che la viveva come una realtà fisica, tangibile, priva della protezione dello schermo di un computer. Prima di incontrare la sua guida, quel mondo apparteneva solo alle derive solitarie della notte, a fantasie che irrompevano come flash violenti nella sua banale quotidianità di impiegata contabile, lasciandola spaventata, confusa ed eccitata. Ora la sottomissione aveva un nome, una voce e delle regole.

La vera iniziazione, il momento in cui il perimetro del sogno era crollato, era avvenuta tre mesi prima. Si rivedeva davanti allo specchio del bagno del suo piccolo appartamento di Barriera di Milano, completamente nuda, con le gambe divaricate e due calzini di spugna usati, sporchi del suo stesso sudore, infilati a forza in bocca. Il bavaglio improvvisato le premeva contro il palato, costringendola a respirare solo con il naso, mentre l’odore acre del tessuto le riempiva le cavità nasali. Guardarsi in quello stato — ridicola, degradata, con la pelle diafana che brillava sotto la luce fredda del neon — l’aveva portata a un livello di eccitazione intollerabile. Aveva dovuto inviare un messaggio al suo Master, chiedendo formalmente il permesso di poter godere. L’orgasmo, concesso con un ritardo calcolato di mezz’ora, l’aveva attraversata come una scarica elettrica, un terremoto nervoso che dalle dita dei piedi era risalito fino al cervello, esplodendo in mugolii soffocati e umidi, strozzati dalla spugna dei calzini. Il successivo messaggio di lui, un semplice “Brava”, aveva spazzato via la colpa, facendola sentire al sicuro, protetta all’interno della propria ombra.

Da quel momento si era affidata. Egli era la luce nel buio della sua anima nera, l’architetto che governava i suoi eccessi e la rendeva libera attraverso il vincolo. Le sue regole la seguivano ovunque, come un’ombra invisibile. La masturbazione, che prima gestiva in autonomia almeno tre volte a settimana, era diventata una concessione rara, un premio da meritare. Persino la depilazione intima era stata sottratta alla sua volontà: era lui a decidere quando la sua figa doveva tornare liscia come quella di una bambina, legandola al letto prima del rito per assaporarne l’imbarazzo.

La seconda volta che il nero l’aveva inghiottita era accaduto sotto la doccia, eseguendo un protocollo preciso. Camilla aveva sempre provato un’eccitazione segreta nell’adottare comportamenti animali, una tendenza che le sue amiche, ignare di tutto, ironizzavano chiamandola “volpino” per via dei suoi tratti minuti e dei capelli ricci. Sentirsi chiamare così le faceva desiderare di abbaiare per assecondare la perversione. Sotto la doccia fredda, si era messa a quattro zampe sul piatto di ceramica. Sentiva il gelo dell’acqua sui polsi e sulle ginocchia mentre cercava la concentrazione necessaria per urinare in quella posa innaturale. Contrarre la vescica in quella posizione da cagna, con il terrore di non farcela e di deludere l’ordine ricevuto, era stato un tormento. Quando il flusso era partito, caldo e denso, le era scivolato lungo l’interno delle cosce, allargandosi in una pozza fumante che le bagnava le mani e le ginocchia. Il ribrezzo, lo schifo della propria urina misto all’eccitazione chimica della sottomissione l’avevano fatta piangere. Ma l’orgasmo che aveva ottenuto dopo aver ripulito tutto con il bagnoschiuma non aveva paragoni con il sesso del passato.

E ora era di nuovo lì, a fissare l’angolo della parete. Si era punita in piedi, impugnando la spazzola di legno d’ulivo, contando ad alta voce ogni colpo che si assestava sulle natiche. Dieci per lato. A ogni impatto secco, il rumore precedeva il dolore, rimbalzando contro il cemento prima di trasformarsi in un bruciore violento sulla carne.

«Uno. Chiedo scusa, Padrone,» aveva scandito, la voce che tremava nell’oscurità della filanda. «Due. Chiedo scusa, Padrone.»

La sua stessa mano, mossa da una volontà che non le apparteneva più, colpiva sempre più forte. E mentre il culo diventava una piaga scarlatta, la mente di Camilla si era popolata di immagini parossistiche che avevano accelerato la secrezione dei suoi umori, senza che un solo dito sfiorasse il clitoride turgido. Si era vista distesa sulle gambe di lui, con la faccia affondata nei suoi pantaloni di tessuto pesante, mentre le sue grandi mani le marcavano la pelle. Ma l’immagine più feroce, quella che le stava facendo colare il sesso sul cemento, era un’altra: la spazzola impugnata da una delle sue più care amiche d’infanzia. La vedeva nitidamente, lì in piedi sopra di lei, mentre le rideva in faccia con disprezzo, ascoltando il suo conteggio e le sue scuse, godendosi l’umiliazione di vederla nuda, ridotta a un oggetto domestico da punire. Quell’idea di essere derisa e violata nella sua intimità da uno sguardo familiare la stava portando all’estasi.

I dieci minuti di meditazione imposti dal protocollo stavano per scadere. Camilla sentiva i muscoli delle cosce cedere per la fatica, la pelle del culo che tirava, tesa dal gonfiore. Molte domande sul suo futuro stavano trovando una risposta in quell’angolo buio di Torino. Nessun rimpianto, nessuna morale. Solo un profondo, viscerale bisogno di continuare a scendere in quell’abisso. Sollevò leggermente il mento, le labbra lucide di saliva, e sussurrò verso il muro l’unica parola che contava.

«Grazie.»

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 22 Maggio 2026
Modificato: 22 Maggio 2026
Lettura: 6 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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