Bea

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il ticchettio metallico del condizionatore d’aria, regolato al massimo per combattere l’afa opprimente della periferia industriale di Marghera, era l’unico suono che riempiva il silenzio del bilocale. Fuori, le luci arancioni delle torri di raffinamento tagliavano la nebbia salmastra della laguna; dentro, l’oscurità era interrotta soltanto dal riverbero azzurrognolo dei lampioni stradali che filtravano attraverso le fessure delle tapparelle. Beatrice se ne stava immobile, in piedi nel corridoio, con la pelle d’oca che le rigava le braccia nonostante il calore pesante della stanza.

Poi, il rumore. Il passo pesante, cadenzato, che risuonava sulle scale di cemento grezzo del palazzo. Il cuore le salì immediatamente in gola, iniziando a battere con una violenza tale da mozzarle il respiro. I secondi si dilatarono nell’attesa del primo segnale fisico della sua presenza. Il cigolio metallico della chiave che girava nella serratura della porta blindata fu una scossa elettrica lungo la spina dorsale. La porta si aprì, lasciando entrare l’odore acre di pioggia, fumo di sigaretta e asfalto bagnato.

Egli era sulla soglia. Indossava ancora l’abito da lavoro, un completo scuro dal taglio sartoriale, ma la camicia era leggermente sgualcita all’altezza del collo, la cravatta allentata. Aveva il volto segnato dalla stanchezza di una giornata passata a gestire le spedizioni del polo chimico, i tratti del viso irrigiditi dalla fatica ma gli occhi — due fessure scure e taglienti — già carichi di una brama fredda, assoluta. Era bellissimo in quella sua consumazione quotidiana, una figura di potere che tornava a reclamare il proprio territorio.

Beatrice si avvicinò senza emettere un respiro, i piedi nudi sul pavimento freddo. Gli posò le labbra sul collo, un bacio leggero, quasi devoto, avvertendo il sapore salato della sua pelle. Poi, afferrandolo per la mano ruvida, lo guidò verso il soggiorno, un ambiente spoglio dominato da una poltrona di pelle nera scrostata.

Lui si lasciò cadere sullo schienale, allargando le gambe in un gesto di totale e aristocratica proprietà. Beatrice non aspettò un comando verbale; la disciplina che lui le aveva imposto mesi prima non necessitava di parole. Si calò immediatamente sulle ginocchia, posizionandosi sul linoleum, esattamente nello spazio ristretto tra le cosce dell’uomo. I suoi occhi rimasero fissi sulla fibbia della cintura d’acciaio. Con dita precise, che tentavano di non tremare, slacciò il cuoio, aprì il bottone dei pantaloni di tessuto pesante e tirò giù la zip metallica con un rumore netto, definitivo.

Fece scivolare il palmo della mano sopra il cotone scuro dei boxer. Sotto il calore della stoffa, il membro dell’uomo reagì all’istante, indurendosi e aumentando di volume con una foga viscerale che ne tese le vene. Beatrice abbassò ogni barriera, spingendo il tessuto verso il basso, e finalmente lo vide. Il cazzo svettava davanti al suo viso, massiccio, venoso, la cappella già turgida e parzialmente scoperta, sebbene non avesse ancora raggiunto la massima estensione erettiva.

Si chinò in avanti, lasciando che i capelli scuri le cadessero sui fianchi. Iniziò a leccare i testicoli con colpi di lingua lenti, bagnati, assaporando l’odore muschiato e forte che emanava dalla radice del sesso di lui, mentre con la mano destra continuava a massaggiare l’asta per mantenerne costante l’afflusso di sangue. La sua lingua risalì lungo il frenulo, inumidendo la pelle tesa, preparando la carne a essere imprigionata.

Avvicinò le labbra al glande, che già gocciolava di una bavina trasparente e vischiosa. Iniziò a succhiarlo con una voracità metodica, stringendo le labbra attorno alla corona, mentre i suoi occhi si sollevavano per inchiodarsi in quelli di lui. L’uomo la guardava dall’alto della poltrona con un distacco sovrano, il volto immobile, consapevole dell’assoluta appartenenza di quel corpo ai suoi piedi.

Beatrice portò le mani dietro la schiena, intrecciando le dita contro le vertebre lombari. Era una regola non scritta del loro protocollo: non le era concesso usare le mani per facilitarsi il compito. Voleva che fosse soltanto la sua bocca, e la gola, a farsi carico dell’intero peso della sua sottomissione, trasformando l’atto in un servizio puro, privo di mediazioni.

Affondò la testa, spingendo il cazzo più in profondità nel canale orale. Sentì il respiro di lui farsi pesante, un ansito rauco che rimbalzò contro le pareti spoglie del salotto. Il membro era lungo, troppo rigido per la conformazione della sua bocca, e la carne premeva contro il palato molle, scatenando il riflesso del vomito. Beatrice contrasse i muscoli dell’addome, reprimendo il conato con uno sforzo di volontà che le fece imperlare la fronte di sudore. Continuò a muovere la testa avanti e indietro, un movimento ritmico e bagnato, mentre le mani dell’uomo le afferrarono i capelli, non per accarezzarli, ma per stabilire una morsa.

La pressione delle dita di lui si fece improvvisamente brutale. Con una spinta secca della mano, l’uomo le inchiodò la testa contro il proprio bacino, forzando l’intera asta a superare lo sbarramento della faringe. Beatrice si sentì soffocare. Il cazzo le occupava interamente la gola, bloccandole la trachea, impedendo ogni passaggio d’aria. Il sapore del prepuzio e del liquido seminale le riempì le vie respiratorie. Lottò contro l’istinto animale di ritrarsi, tenendo i polsi serrati dietro la schiena, finché lui, con la stessa studiata lentezza, non allentò la presa sui capelli, permettendole di riemergere per riguadagnare l’ossigeno.

Ebbe il tempo di fare solo due respiri brevi, rumorosi, prima che la mano dell’uomo si serrasse nuovamente sulla nuca.

«Giù,» sibilò lui, senza alcuna parsimonia.

Venne spinta di nuovo dentro quel tunnel di carne bollente. Questa volta la violenza del colpo portò le palle di lui a schiacciarsi direttamente contro le sue labbra inferiori. L’uomo non la lasciava andare, manteneva la posizione fissa, godendosi lo spasmo della sua gola che cercava disperatamente di adattarsi a quella misura inumana. Beatrice lo fissò dritto negli occhi da quella posizione di assoluto annullamento; lo guardava attraverso un velo di lacrime involontarie che iniziarono a sgorgarle dalle palpebre, colando lungo le guance fino a bagnare gli angoli della bocca. Sentiva i polmoni bruciare, il riflesso della tosse che premeva, ma la sottomissione era totale.

Lui si era stancato di aspettare che lei imparasse la sottomissione con le buone maniere. Le stava insegnando la disciplina della gola con le cattive, spezzando ogni sua residua ritrosia attraverso il soffocamento calcolato. Quando la morsa si allentò di nuovo, Beatrice respirò con un rantolo profondo, lo stesso suono di chi riemerge dall’acqua dopo un’apnea troppo lunga.

Non ci fu ulteriore tregua. Il cazzo le rientrò in bocca per la terza volta, ma il ritmo ora era parossistico. L’uomo aumentò la frequenza delle spinte, il bacino che si muoveva con colpi di maglio regolari, spietati. Beatrice assecondava ogni spinta, la bocca ormai ridotta a un puro ricettore di fluidi e carne. Sotto l’intensità di quel trattamento, sentì le reni di lui irrigidirsi. L’uomo emise un urlo rauco, un grido di puro piacere animale che ruppe la penombra della stanza, e le lasciò la testa, permettendole di usare le mani.

Beatrice portò la mano destra alla base del cazzo, stringendo le dita per mungere gli ultimi centimetri, mentre il seme caldo e denso le schizzava direttamente in gola. Il flusso era abbondante, un getto violento che le riempì la cavità orale, costringendola a deglutire ripetutamente per non affogare, senza mai staccare gli occhi da quelli di lui. Ne aveva tanto, il sapore salmastro e forte le invase ogni ricettore sensoriale.

L’uomo la guardò mandare giù l’ultima goccia, il pomo d’Adamo di lei che si muoveva in un sussulto definitivo. Con il pollice della mano destra, lui le asciugò con cura le lacrime che ancora le rigavano il viso, un gesto di gelida e successiva tenerezza che suggellava la fine del rito.

Beatrice rimase in ginocchio tra le sue gambe, la bocca ancora lucida, il respiro che tornava lentamente alla normalità.

«La cena è già pronta, amore,» sussurrò lei contro la stoffa dei suoi pantaloni, rimettendosi la maschera della normalità domestica dopo aver toccato il fondo del proprio inferno privato.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 19 Maggio 2026
Modificato: 19 Maggio 2026
Lettura: 7 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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