Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il ticchettio dei tasti della macchina da scrivere elettrica si arrestò bruscamente, lasciando spazio solo al ronzio soffuso dell’aria condizionata che faticava a domare l’umidità di quel pomeriggio a Chicago. All’ultimo piano della Sterling & Knight, l’ufficio del partner anziano, il dottor Julian Vane, emanava un odore di carta pregiata, tabacco da pipa e un sottile, quasi impercettibile, profumo di lavanda e cenere.
«È tutto, Katherine. Batte la bozza e faccia in modo che sia sulla scrivania di Miller entro le diciotto. Può andare.»
Julian si appoggiò allo schienale della sua poltrona in pelle, incrociando le dita dietro la nuca. Katherine, la sua assistente personale da ormai otto mesi, non si mosse subito. Rimase seduta sulla sedia di fronte, il taccuino ancora aperto sulle gambe fasciate da collant velatissimi, color fumo. Julian la osservò con una punta di fastidio che mascherava una bramosia viscerale. Katherine era l’antitesi delle sue solite amanti: non aveva le curve generose e rassicuranti delle donne che frequentava abitualmente. Era una creatura di spigoli e nervi, alta, con un corpo androgino e atletico che sembrava scolpito nel marmo freddo. I capelli biondo cenere erano tagliati in un bob cortissimo che metteva in risalto il collo lungo e gli occhiali dalla montatura d’acciaio. Sembrava una statua di ghiaccio, eppure il modo in cui i suoi occhi grigi lo sfidavano ogni volta rendeva l’atmosfera incandescente.
Lei chiuse il taccuino, le ginocchia serrate in una morsa perfetta. La gonna a tubino nera era risalita quanto bastava per mostrare l’inizio delle cosce toniche. Con un gesto lento, quasi calcolato per torturarlo, si inumidì le labbra.
«È sicuro che non serva altro, Dottore? Oppure ha finalmente finito di studiarmi?»
La voce era calma, intrisa di una provocazione che Julian conosceva fin troppo bene. Si passò una mano sul mento, sentendo il ruvido della barba appena accennata. Il desiderio, un peso d’acciaio nel basso ventre, lo spinse a rompere gli indugi. Si sporse in avanti, invadendo lo spazio vitale della ragazza. Il suo sguardo divenne quello di un predatore che ha finalmente scorto la preda nell’erba alta.
«Smeraldo.»
Le narici di Katherine si dilatarono appena. Un battito di ciglia, poi il silenzio si fece così denso che Julian avrebbe giurato di sentire il battito del proprio cuore. Senza pronunciare una sillaba, Katherine si alzò. Con una grazia meccanica si portò al centro della stanza, dove la luce del tramonto tagliava l’ufficio in diagonale. Lentamente, sollevò l’orlo della gonna. Julian vide le mani affusolate afferrare il sottile elastico di pizzo che cingeva i suoi fianchi. Con un movimento fluido, lo lasciò scorrere giù, lungo le gambe chilometriche, fino a calpestarlo con i tacchi a spillo neri. Lo raccolse con la punta del piede, lo afferrò e, camminando con una compostezza sovrumana, lo posò sulla scrivania in vetro di Julian.
Era un perizoma di pizzo minuscolo. Verde smeraldo.
Julian sentì un brivido elettrico risalire la spina dorsale. Aveva vinto. Dopo settimane di sconfitte brucianti, finalmente l’aveva incastrata. Il ricordo dell’ultima volta era ancora un incendio di umiliazione e piacere: Katherine lo aveva costretto a spogliarsi, lo aveva legato alla sedia e lo aveva dominato con un enorme strapon nero, usandolo con una freddezza che lo aveva lasciato tremante e svuotato per giorni. Era stata lei a dettare le regole, lei a decidere quando e come farlo godere.
Ma oggi, il tavolo era girato. Julian si alzò, il cazzo che premeva con ferocia contro il tessuto dei pantaloni sartoriali. Le si portò alle spalle, quasi senza toccarla, respirando l’odore del suo collo. Passò la lingua dietro il lobo dell’orecchio, sentendo la pelle di lei farsi d’oca.
«Il verde le dona, Katherine. Ma credo che preferirò il rosso della sua pelle tra poco.»
Le afferrò il collo con una presa salda e la spinse con decisione contro la scrivania, costringendola a piegarsi in avanti. La prima scommessa era nata quasi per gioco, mesi prima. Julian l’aveva provocata, scherzando sulla sua eccessiva rigidità, dicendole che sotto quei tailleur da puritana doveva sicuramente indossare mutandoni di cotone degni di un convento. Lei non si era offesa; aveva sorriso, un lampo d’acciaio negli occhi, e gli aveva proposto la sfida.
«Indovini il colore, Dottore. Se vince, potrà fare di me ciò che vuole. Se sbaglia… sarò io a decidere il suo destino per la notte.»
Julian aveva perso per sei volte consecutive. Sei notti di sottomissione totale in cui lei lo aveva usato come un giocattolo, privandolo di ogni dignità, trasformandolo nel suo schiavo personale nel segreto del suo appartamento. L’aveva leccata fino allo sfinimento, era stato penetrato, aveva implorato il suo permesso anche solo per respirare. Ogni volta che sbagliava il colore – nero, rosso, nudo, pizzo grigio – il prezzo da pagare diventava più alto.
Ora la guardava piegata sul vetro, la schiena inarcata e il culo teso, alto, marmoreo. Julian le sollevò la gonna fin sopra la vita. Con un gesto brutale, le allargò le gambe. Si sbottonò i pantaloni con mani frenetiche e liberò il proprio membro, turgido e venato, che pulsava di una frustrazione accumulata per mesi. Entrò in lei senza preamboli. Katherine era bagnata, un calore viscerale che accolse la sua asta con un sussulto. Julian iniziò a spingere, inizialmente con colpi lenti, profondi, godendosi la sensazione delle pareti di lei che lo serravano in una morsa d’acciaio.
Il piacere era così intenso da essere quasi doloroso. Katherine non gridava; emetteva solo piccoli, strozzati mugolii contro il vetro freddo della scrivania. Julian voleva di più. Voleva rompere quella sua compostezza da ghiaccio. Uscì da lei, lasciando che un filo di umore lucido colasse lungo la sua coscia. Con le dita, le aprì le natiche, rivelando il piccolo orifizio anale, roseo e serrato.
Poggiò la cappella contro quella soglia proibita e spinse. Katherine emise un gemito più acuto, le dita che artigliavano i bordi della scrivania. Julian non ebbe pietà. Avanzò con metodo, centimetro dopo centimetro, sentendo la resistenza di lei cedere sotto la propria determinazione. Quando fu completamente dentro, sepolto nel calore strettissimo del suo ano, iniziò a fotterla con una foga cieca. La sodomizzò a lungo, alternando spinte violente a momenti di stasi in cui la sculacciava ritmicamente, godendo della macchia rossa che si espandeva sulla pelle pallida delle sue natiche.
Il piacere culminò in un’esplosione che lo scosse fin nelle fondamenta. Julian venne dentro di lei con un ruggito, sentendo le contrazioni del suo culo che accompagnavano ogni getto di sperma. Restò premuto contro di lei per lunghi istanti, ansimando, il sudore che gli imperlava la fronte.
Si staccò lentamente. Katherine si rialzò, il viso arrossato, gli occhiali leggermente storti. Si sistemò la gonna con gesti che cercavano di ritrovare la solita precisione, mentre alcune gocce di lui le scivolavano lungo le gambe. Julian tornò a sedersi sulla sua poltrona, ricomponendosi, il volto illuminato da un sorriso di pura vittoria.
«Katherine, credo che quelle copie possano aspettare domattina. Può andare. Ma lasci quel perizoma qui. È un trofeo che intendo conservare.»
Lei lo guardò, un lampo di malizia che tornava a brillare dietro le lenti. «Come desidera, Dottore. Ma non si abitui troppo al sapore della vittoria. La fortuna è volubile.»
Katherine si voltò e uscì dallo studio con il suo solito passo felpato e regale. Appena la porta si chiuse, Julian si sporse verso il computer. Con un clic del mouse, chiuse la finestra del software di sorveglianza. Sullo schermo sparì l’inquadratura ravvicinata del sottoscrivania. La microcamera ad alta definizione, installata sotto il mogano la sera precedente, aveva fatto il suo lavoro. Aveva inquadrato perfettamente il momento in cui lei si era seduta, permettendogli di scorgere chiaramente quel lembo smeraldo prima che la gonna si assestasse.
Sapeva che era barare. Ma in quel gioco di potere, l’onestà era l’unica cosa che non era mai stata messa sul tavolo. Julian accarezzò il pizzo verde, assaporandone l’odore. Sapeva che prima o poi avrebbe perso di nuovo, forse di proposito, perché la sensazione di essere posseduto da lei era l’unica droga a cui non poteva rinunciare. Ma per stasera, il re era tornato sul trono.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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