Alberto

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il ronzio asettico della ventola del computer era l’unico suono capace di riempire il vuoto di quella stanza al terzo piano di un palazzone popolare a Marghera. Fuori, le luci chimiche delle raffinerie tagliavano la nebbia fitta della laguna, riflettendosi sulle pozzanghere oleose del piazzale sottostante; dentro, l’oscurità era interrotta soltanto dalla fluorescenza bluastra del monitor. Alberto, quarantun anni, un corpo appesantito da anni di turni sedentari come contabile d’officina e una calvizie incipiente che nascondeva con cura sotto un cappellino da baseball, viveva per quelle ore sotterranee. Per il mondo esterno era un uomo invisibile, un ingranaggio grigio della periferia industriale; per lo schermo, era un contenitore vuoto pronto a essere riempito dalla volontà altrui.

Non era la prima volta che si collegava a quella piattaforma di videochat casuale. Il rituale era sempre lo stesso: una webcam posizionata strategicamente per escludere il volto, inquadrando soltanto il busto, le mani e quel corpo che considerava una colpa. Fino a quella notte di febbraio, si era limitato a esibizioni solitarie, brevi sprazzi di voyeurismo per provocare lo shock o il disgusto di sconosciuti dall’altra parte del mondo. Ma la noia e il freddo umido che trasudava dalle pareti avevano cambiato la traiettoria del suo desiderio. Voleva cedere il controllo. Voleva che qualcuno trasformasse la sua solitudine in una condanna.

Scorrendo i volti geometrici e indifferenti che si succedevano sullo schermo, la sua attenzione venne catturata da un riquadro fisso. Un uomo, probabilmente sui trentacinque anni, con i capelli rasati a zero e una mascella squadrata che si muoveva lentamente mentre masticava una gomma. Lo sguardo era freddo, dritto nella lente, privo di quella curiosità frenetica che caratterizzava gli altri utenti. Alberto sentì un nodo stringergli la gola. Aprì la tastiera e, rinunciando a ogni preambolo, digitò la sua sottomissione.

«Giochiamo a schiavo e padrone?»

L’uomo sullo schermo non cambiò espressione. Sputò la gomma in un fazzoletto, avvicinò il volto alla telecamera e rispose con una voce profonda, leggermente metallica a causa delle casse economiche: «Sì. Ma decido io le regole. Io sono il Padrone.»

«Ai suoi ordini, Padrone. Può disporre di me come vuole. L’unica condizione è che non vedrà mai il mio viso.»

«Non mi interessa la tua faccia,» sibilò l’uomo, sistemandosi sulla sedia di pelle. «Mi interessa la tua ubbidienza. Comincia a spogliarti. Resta in mutande e muoviti.»

Alberto scattò in piedi, quasi avesse ricevuto una scossa elettrica. Sfilò la felpa logora e i pantaloni di velluto, lasciandoli cadere sul pavimento di linoleum. Rimase immobile davanti all’obiettivo, fasciato soltanto da un paio di boxer grigi che mettevano in evidenza un ventre rilassato e la pelle pallida, segnata dal freddo dell’inverno veneziano.

«Alza quelle braccia,» incalzò il Padrone dal monitor, lo sguardo che esaminava quel corpo con lo stesso distacco con cui si valuta un animale da macello. «Ora balla. Voglio vederti ondeggiare come una troia da bordello. E poi togliti anche quelle mutande.»

Il contrasto tra la goffaggine dei suoi movimenti e la rigidità dell’ordine fece salire ad Alberto una vampira di calore al petto. Iniziò a muovere il bacino, un oscillare grottesco e disperato, mentre le dita afferravano l’elastico dei boxer per farli scivolare lungo le cosce. Nel momento in cui si trovò completamente nudo, il pudore ancestrale ebbe un sussulto: si voltò di spalle rispetto all’obiettivo, coprendosi il sesso con entrambe le mani e curvando le spalle.

«La prego, Padrone… mi vergogno. Mi sento ridicolo a farmi vedere così da Lei.»

La reazione dall’altra parte dello schermo fu immediata e tagliente. L’uomo si sporse in avanti, gli occhi ridotti a due fessure scure. «Ti vergogni? Ottimo. La vergogna è la tua divisa. Togli subito quelle mani dal cazzo. Vedi quella cintura di cuoio pesante appoggiata sulla sedia dietro di te? Prendila. Mettiti a quattro zampe sul letto, con il culo rivolto esattamente verso la telecamera. Voglio vedere ogni singola piega della tua pelle.»

Alberto obbedì senza emettere un respiro. Il contatto della pianta dei piedi nudi con il pavimento freddo lo guidò verso il letto singolo. Raccolse la cintura — una striscia di cuoio marrone, spessa, con una fibbia d’ottone massiccio — e si posizionò a carponi, spingendo il bacino all’indietro per allinearlo perfettamente all’inquadratura. La sua figa posteriore e i testicoli erano ora completamente esposti, illuminati dalla luce fredda del monitor che creava ombre crude tra le natiche.

«Ora frustati,» ordinò il Padrone, la voce che era scesa di un’ottava, priva di fretta. «Voglio sentire lo schiocco del cuoio sulla tua carne. E a ogni colpo devi gridare che ne vuoi ancora. Comincia.»

Alberto sollevò il braccio destro, piegando la cintura in due. Il primo colpo si abbatté sulla natica sinistra. Un suono secco, come un ramo spezzato, risuonò nella stanza spoglia. La pelle reagì immediatamente, fiorendo in una striscia biancastra che si trasformò in pochi secondi in un rossore turgido.

«Ancore! Ne voglio ancora, Padrone!» gridò Alberto, la voce incrinata dal dolore e dall’eccitazione psicologica dell’annullamento.

«Più forte, schiavo di merda! Non stai accarezzando un cane, stai punendo il tuo corpo. Colpisci!»

Alberto aumentò la frequenza. Il cuoio sbatteva ritmicamente contro la carne soda e arrossata dei glutei, un colpo a sinistra, uno a destra, un terzo al centro, sfiorando la corolla dello sfintere che si contraeva a ogni impatto. Il sudore cominciò a imperlargli la schiena, colando lungo la colonna vertebrale per andare a mischiarsi con gli umori della sua eccitazione. Sotto la pancia, il suo membro, teso e venoso a causa della violenza della situazione, pulsava contro le lenzuola.

«Ancora! Ancora, Padrone!» i suoi lamenti erano ormai un canto monotono, interrotto solo dagli ansiti.

«Fermo!» la voce del Padrone bloccò il braccio di Alberto a mezz’aria. L’uomo sullo schermo si accarezzò la mascella, osservando il fondoschiena del contabile che era ormai diventato di un colore scarlatto, lucido di sudore. «Vedo che ti piace troppo il cuoio liscio. Rigira quella cintura. Voglio che usi la parte della fibbia d’ottone. E questa volta colpisci con tutta la forza che hai in quel corpo inutile.»

Il terrore fisico si impose sulla mente di Alberto. La fibbia d’ottone era spigolosa, pesante; l’impatto avrebbe potuto tagliare la pelle. «Ma mi farà male, Padrone… la prego, la fibbia taglia…»

«È esattamente quello che voglio,» sibilò lo sconosciuto, lo sguardo gelido che non mostrava alcuna concessione alla pietà. «Voglio vedere quel culo ridotto a un lago di sangue. Voglio sentirti gemere come la cagna che sei. Esegui l’ordine o chiudo la chat e ti lascio marcire nel tuo anonimato.»

La prospettiva di essere abbandonato in quel vuoto fu più forte della paura del dolore. Alberto impugnò la striscia di cuoio dall’estremità opposta, lasciando penzolare il metallo pesante. Sollevò il braccio e calò il primo colpo con forza.

CLACK.

Il metallo d’ottone impattò contro il centro della natica destra, un dolore acuto, tagliente, che gli strappò un urlo strozzato dal petto. Alberto si inarcò sui gomiti, le ginocchia che tremavano sul materasso. Una fitta di fuoco si propagò lungo tutto il bacino, mentre una goccia di sangue scuro iniziava a farsi strada lungo la pelle abrasa.

«MMMMH! Fa male, Padrone… fa malissimo!»

«Non ti ho detto di parlare, ti ho detto di chiedere ancora! Continua, muoviti!»

Alberto colpì di nuovo, questa volta sulla parte bassa, dove i glutei si uniscono alle cosce. La fibbia lasciò un segno violaceo immediato. Il bruciore era ormai un’entità autonoma, un calore d’inferno che avvolgeva l’intero fondoschiena. Le sue grida riempivano l’appartamento di Marghera, mugugni rauchi, lamenti inarticolati di pura sottomissione. Il Padrone osservava la scena dal monitor con una calma orgasmica, godendosi lo spettacolo di quell’uomo maturo ridotto a uno strumento di carne sofferente a centinaia di chilometri di distanza.

Continuò così per diversi minuti, un’esecuzione geometrica e spietata in cui la fibbia continuava a colpire la carne martoriata, lasciando il fondoschiena completamente deformato dal gonfiore e dalle abrasioni, un lago di umori e sofferenza. Alberto era ormai privo di forze, la testa appoggiata al cuscino, il corpo scosso da tremiti involontari, mentre il suo sesso continuava a gocciolare sul lenzuolo per l’eccesso di stimolazione nervosa.

All’improvviso, l’uomo sullo schermo si appoggiò allo schienale, si passò una mano sul viso e assunse un’espressione di totale indifferenza.

«Basta. Mi hai annoiato. Sei solo un giocattolo logoro.»

Senza dargli il tempo di rispondere, senza un saluto o un ultimo comando, la schermata blu della disconnessione occupò l’intero monitor. Il ronzio della ventola del computer tornò a essere l’unico padrone della stanza.

Alberto rimase a quattro zampe, immobile nel buio, con il culo che bruciava come fuoco vivo e le lacrime che gli bagnavano le guance. Si lasciò cadere lentamente sul fianco, evitando il contatto della carne ferita con le lenzuola. Era solo, ferito e umiliato, ma mentre fissava il vuoto della stanza, sentì che la sua mente apparteneva ancora, interamente, a quella sedia vuota dall’altra parte dello schermo.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 19 Maggio 2026
Modificato: 19 Maggio 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Dominazione & BDSM, Esibizionismo & Voyeur
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Impact Play, Umiliazione

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