Al telefono

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

La notte di Marghera non ha stelle; ha solo il riflesso arancione delle torri di raffinamento che bruciano idrocarburi contro un cielo di panna densa. Il rumore di fondo dei cantieri navali, quel ronzio metallico e perenne di lamiere che sbattono, filtra attraverso i doppi vetri del loft, mescolandosi al ticchettio regolare dell’orologio da parete.

Nieva giace immobile sul centro del materasso, nuda se non per il lattice nero delle calze autoreggenti che le stringono le cosce, segnando la carne pallida con un solco preciso. Ai piedi porta tacchi a spillo da dodici centimetri, lucidi e affilati come lame, che premono contro il cotone scuro delle lenzuola. Le sue gambe sono leggermente aperte, una posizione di vulnerabile attesa che ha imparato a mantenere senza sforzo, lo sguardo fisso sulla linea d’ombra che divide il soffitto. Un fremito improvviso le percorre la spina dorsale, partendo dalla nuca per spegnersi nel bacino. Non è l’eccitazione immediata della carne, non ancora; è la tensione fredda della mente, quel cortocircuito cerebrale fatto di pura resa e sorda ribellione che precede l’adempimento di un ordine.

Accanto al suo fianco, lo schermo dello smartphone si illumina a intermittenza, un faro silenzioso nel buio della stanza. Lei aspetta.

Nieva non è il nome registrato all’anagrafe di questa città industriale. Non è il nome con cui la chiamano i colleghi d’ufficio, né quello stampato sulle bollette o pronunciato dagli amici durante i pranzi della domenica. Nessuno ha mai gridato quel nome per strada, accompagnandolo con un cenno della mano. Nieva è il nome del suo isolamento, il battesimo ricevuto nel buio di una chat room che ha smesso di essere un gioco per diventare un feudo. È il suo nome di appartenenza. Il suo nome di schiava.

Mentre i minuti scivolano via nell’attesa della chiamata, la memoria la riporta a una notte di gennaio di un anno prima. Fuori non c’era il vento umido e salmastro della laguna che soffia ora, ma una tramontana gelida che faceva battere le imposte del magazzino tessile in cui allora viveva. Davanti alla fluorescenza azzurrina del monitor, Nieva cercava uno spazio per le sue derive segrete. In quel labirinto digitale di nickname altisonanti e stanze private — popolate da Padroni, Regine, Torquemada e Kajire — le parole servivano a esorcizzare la paura di essere anormale. Per mesi si era limitata a osservare, a volte cambiando identità per il puro gusto malizioso di testare le reazioni dei Master di turno.

Aveva imparato in fretta la grammatica del codice: dire sempre di indossare gonne ampie per poggiare le natiche nude direttamente sul legno delle sedie, eliminare la biancheria intima, non accavallare mai le gambe. Ricordava le domande stereotipate che scorrevano sullo schermo: “Togli gli slip. Apri le gambe. Infila un dito dentro. Che sapore ha?” Aveva scoperto che rispondere “di mare e di cannella” garantiva l’approvazione immediata dei suoi interlocutori, ma quella ripetitività meccanica, quel sesso testuale standardizzato e privo di spessore psicologico, aveva finito per annoiarla. Persino quel Master colto che la chiamava “la mia cagna” l’aveva delusa, ripetendo le stesse identiche formule di sottomissione con un altro nickname in chat pubblica. Era diventata diffidente, un fantasma che eccitava gli sconosciuti con descrizioni minuziose per poi svanire nel nulla, chiudendo la finestra del browser.

Poi era arrivato Viktor.

Viktor non aveva usato le formule di cortesia dei forum. Una notte di fine inverno l’aveva agganciata in privato, colpendola con una prosa diretta, aggressiva, quasi brutale. Le aveva sbattuto in faccia le proprie ossessioni senza chiedere il permesso, spogliandola della sua corazza protettiva con poche righe di testo.

“Perché mi tratti così?” aveva scritto lei, le dita che tremavano sulla tastiera. “Perché mi eccita. E perché a te piace essere scoperta.”

Sullo schermo, i caratteri tipografici avevano iniziato a comporre una partitura diversa, una miscela di crudeltà e assoluta comprensione che l’aveva resa prigioniera prima ancora che potesse rendersene conto. Chi non conosce la trance comunicata dal ronzio di un computer nella notte non può comprendere come la distanza si annulli, come la carne si sottometta alla parola scritta fino a trascendere le regole della vita comune. Con Viktor il gioco era diventato reale. Lui la faceva parlare della sua infanzia, delle sue paure di bambina, per poi interromperla bruscamente e chiamarla puttana, troia da marciapiede.

“Ti piacerebbe essere scopata da più uomini, troia… ti lascerò fare e poi ti frusterò a sangue per punirti del tuo piacere.”

Eppure, subito dopo, la chiamava “rosa della notte”, chiedendole di fargli ascoltare il rumore della pioggia attraverso il microfono del telefono.

“Io non credo di essere una vera sub,” gli aveva confessato durante la loro prima telefonata, con la timidezza di una donna matura che conserva le ritrosie di un’adolescente. “Sì che lo sei. Sei una splendida sub,” aveva risposto lui, con il compiacimento di un uomo che valuta un cavallo di razza, saggiandone la schiena nuda col palmo prima di stringere il morso tra i denti.

La vibrazione improvvisa del telefono sul materasso taglia il silenzio come una scossa elettrica. Nieva risponde immediatamente, portando l’apparecchio all’orecchio.

«Descriviti,» ordina la voce di Viktor. È calda, ferma, priva di esitazione. Viaggia lungo i cavi telefonici, superando i chilometri che li separano, per imporsi nella stanza di Marghera.

«Sono sul letto, Padrone. Ho solo le calze e i tacchi. Le gambe sono aperte.»

La voce di Viktor guida la sua mano. Non sono più le dita di Nieva a muoversi, ma appendici telecomandate da una volontà distante e intima. Sotto il comando di lui, la mano scivola tra le cosce, oltre il bordo del lattice, andando a toccare le labbra della vulva, già calde e lubrificate da un umore vischioso che riflette la tensione dell’attesa.

«Cosa sei, Nieva? Dillo. Voglio sentirlo.»

«Sono una troia, Padrone… una puttana. La tua schiava,» sussurra lei, la voce che si fa roca, gli occhi sbarrati nel buio mentre le dita penetrano la carne bagnata, accelerando il ritmo secondo le pause imposte dalla voce al telefono. Il metallo dello smartphone si strofina contro i suoi capelli corvini, un surrogato freddo delle mani di lui. Il piacere la investe con la violenza di un’onda di piena, strappandole gemiti incontrollati che rimbalzano contro le pareti nude del loft, fino a quando il corpo non viene scosso dall’orgasmo, un brivido lungo che la lascia ansimante, con la pelle coperta di sudore salmastro.

Poi, lentamente, la realtà riprende i suoi contorni geometrici. Il ronzio dei condizionatori torna udibile, e con esso arriva la sferzata della razionalità: la vergogna, il senso di umiliazione per essersi ridotta così, una donna normale trasformata in uno strumento di piacere solipsistico. Ma la voce di Viktor cambia tono, facendosi dolce, quasi materna nella sua fermezza.

«Sei stata brava. Sei nel mio cuore, Nieva. Ora riposa.»

«Grazie, Padrone.»

Il clic della linea interrotta la lascia sola. Eppure, mentre si abbandona tra le lenzuola che iniziano a raffreddarsi, Nieva non avverte la solitudine. Da quando Viktor ha preso possesso del suo immaginario, si sente completa. Nella vita ordinaria, quella fatta di convenzioni e schemi sociali, si sente prigioniera; qui, nella sottomissione totale, ha trovato la sua paradossale libertà. Viktor, rendendola schiava, ha accettato il suo lato oscuro, amando sia la sua luce che la sua ferita.

Nieva non sa se esista una data, in un qualche calendario futuro, che segnerà il loro incontro fisico, reale. Non sa se l’unione del sogno con la materia genererà Eros o il Minotauro. Ma sa che in ogni dimensione possibile, nello spazio finito di quel letto o in quello infinito del desiderio, lei gli appartiene. Prima di chiudere gli occhi, mentre la luce livida dell’alba inizia a schiarire i fumi di Marghera, ripete a memoria i versi di Salinas che lui le ha inviato:

“Io ti ho conosciuto nella tempesta. Ti ho conosciuto, improvvisa, in quello squarcio brutale di tenebra e luce dove si rivela il fondo che sfugge al giorno e alla notte. Ed ora sei così anticamente mia che procedo senza errare, alla cieca…”

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 16 Maggio 2026
Modificato: 16 Maggio 2026
Lettura: 7 min
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Generi:
Dominazione & BDSM, Masturbazione
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Romance Bdsm, Umiliazione

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